La nave sepolta – Il cinema nel tempo del Covid-19

Ancora una storia vera! “The Dig” il romanzo da cui questo film viene
tratto è una estensione della memoria, un cumulo di storie raccolte in
un unico e grande significato. Nella primavera del 1940, con
l’annuncio alla radio di Churchill, l’Inghilterra si apprestava ad
entrare nel secondo conflitto mondiale. Basil Brown non doveva essere
riconosciuto come legittimo scopritore del tesoro del suo scavo. Ciò
non avvenne, ed il nome dell’archeologo dilettante venne riconosciuto
solo da qualche anno. In un’intervista rilasciata alla BBC, Ralph
Fiennes – l’interprete nel film – ci aiuta forse a capire come
potremmo fare nostro il messaggio potente, un’esortazione dal sapore
antico: “Penso che sia interessante che questo film esca quando siamo
in un altro periodo di incertezze a causa del Covid. Spero che le
persone ne traggano un messaggio positivo, su ciò che possiamo
ottenere attraverso uno sforzo e una determinazione comuni”.
Nulla è per sempre. Ma l’archeologia, la cultura e la riscoperta del
passato sembrano correre su un altro binario. Perché con fame di
curiosità spesso si può consegnare alle generazioni future pezzi di
storia necessari. Si può resistere alle bombe degli aerei, alle
munizioni dei fucili. E sì, persino alla guerra.

UK 2021 – 112 min′) Regia di Simon Stone

Interpreti e personaggi:

Carey Mulligan (Edith Pretty), Ralph Fiennes (Basil Brown), Lily James (Peggy Preston), Johnny Flynn (Rory Lomax), Ben Chaplin (Stuart Piggott), Danny Webb (John Grateley).

Trama

“Nella contea inglese del Suffolk, a Woodbridge, vive Edith Pretty, madre e vedova a capo di una vasta tenuta. La donna coinvolge lo studioso Basil Brown, perché sospetta la presenza di antichi reperti nei suoi terreni. Nonostante il parere contrario di più noti archeologi del tempo, Basil accetta la sfida e inizia a indagare nel sottosuolo. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, qualcosa inizia a emergere dalle profondità della terra, mentre il clima di tensione internazionale vira rovinosamente verso il Secondo conflitto bellico mondiale…”

Una storia vera, tratta dal romanzo omonimo di John Preston (in inglese: ‘The Dig’ – trad. Lo scavo), l’opera rievoca gli scavi archeologici del 1939 nella campagna inglese, luogo in cui affiorarono importanti reperti tra cui un’antica nave funeraria (VI-VII secolo) dal valore inestimabile: una delle più grandi scoperte della storia britannica. Il film racconta il coraggio e la tenacia di una donna, rimasta vedova con un figlio e una grande tenuta cui badare, e di uno studioso archeologo dilettante, dai modi asciutti e silenziosi. Insieme, nonostante le resistenze, hanno permesso la vittoria della conoscenza, della cultura, in un mondo sempre più proteso verso lo smarrimento nella guerra. “La nave sepolta” dimostra tutta la compostezza e l’eleganza visiva tipica del grande cinema inglese, che coniuga la valorizzazione dello scenario ambientale, una messa in scena accurata, con una narrazione solida, rigorosa, dove si riconosce anche il merito sia della figura di Basil Brown, nome a lungo rimosso dai protagonisti del prezioso ritrovamento (troppo modesto rispetto agli altisonanti ricercatori del tempo), come pure la figura di Edith Pretty, risoluta e coraggiosa nel fronteggiare un mondo a trazione maschile, chiamata anche alla sfida educativa di crescere un bambino da sola, ma nel contempo a tenere a bada una malattia insidiosa. Un film di ampio respiro – quanto mai necessario in questi tempi chiusi, che non solo incanta visivamente, ma che ha il coraggio di fare una domanda scomoda e soprattutto di non farla cadere nel vuoto. Anche una storia poco conosciuta della cultura del secolo scorso. Opera seconda del giovane regista australiano Simon Stone, dove forse potremmo azzardare che “La nave sepolta” è una delle belle sorprese targate Netflix, che ci riserva l’homevideo in questa prima parte del 2021. Da vedere!

LA VITA DAVANTI A SÉ – Cineforum da casa “Nel tempo del Covid”

Un incontro che salva. Di questo parla il film “La vita davanti a sé” che stavolta proponiamo in quest’ultimo periodo ancora difficile di fine quaresima, cui seguirà l’imminente Pasqua di risurrezione. È una storia minuta, circoscritta, che mette a tema elementi centrali del nostro vivere sociale, a cominciare dal dovere-bisogno di accoglienza, di tolleranza e solidarietà. Il film di Edoardo Ponti condensa una sequela di suggestioni cinematografiche che si dimostrano vere, con una regia valida ed abile, soprattutto nel dover concedere spazio alla recitazione naturale, avvolgente e di grande espressività dei principali interpreti. Assolutamente da vedere!

(ITA-USA 2020 – 94 min′) Regia di Edoardo Ponti

Interpreti e personaggi:

Sophia Loren (Madame Rosa), Ibrahima Gueye (Momò), Renato Carpentieri (Dott. Coen), Iosif Diego Pirvu (Iosif), Massimiliano Rossi (Ruspa), Abril Zamora (Lola), Babak Karimi (Hamil)

Trama

“Bari, ai nostri giorni. Madame Rosa è un’anziana ebrea ex-prostituta che per sopravvivere negli ultimi anni della sua vita ospita nel suo piccolo appartamento, una sorta di casa-famiglia, dei bambini in difficoltà. Riluttante, accetta di prendersi carico di un dodicenne senegalese molto turbolento di nome Momò. I due sono diversi in tutto: età, etnia e religione. Per questo la loro relazione all’inizio è molto conflittuale, ma ben presto si trasformerà in un’inaspettata e profonda amicizia, quando, nonostante tutto, si renderanno conto di essere anime affini, legate da un destino comune, che cambierà le loro vite per sempre…”

Ispirato al celebre ed omonimo romanzo di Romain Gary – che venne già trasposto per il grande schermo nel ’78 – questo film ci consegna una storia di sofferenza e di solitudine, ai margini della vita, dove i bagliori della speranza si faticano a vedere. Una speranza però che ha la forza di affiorare grazie all’incontro di un’umanità solidale. E’ uno dei titoli di punta della stagione, prodotto dalla Palomar insieme al colosso Netflix, in corsa per molti dei premi più importanti del 2021. Soprattutto perché cuore pulsante dell’opera è proprio Sophia Loren, l’attrice-monumento del nostro cinema, osannata a Hollywood (due Oscar e cinque Golden Globe), che ha accettato di ritornare sul set dopo dieci anni, per interpretare l’intenso e struggente ruolo di Madame Rosa, diretta da suo figlio Edoardo Ponti, che firma anche la sceneggiatura insieme a Ugo Chiti. Un ritratto di donna che ha conosciuto l’olocausto, i campi di concentramento ed una vita di stenti, ma non ha perso l’empatia verso il prossimo, con la napoletanità generosa di attrice di classe, che non ha mai dimenticato le sue origini popolari e la carità per chi è meno fortunato. Questo film ha una ‘messinscena’ ben equilibrata, non priva di cura dei dettagli ed inquadrature che l’allontanano dallo standard televisivo. La regia cerca una semplicità che a volte contrasta con la complessità della vicenda raccontata, ma non giudica nemmeno la fase in cui Momò gestisce un lucrativo spaccio di droga. I dialoghi sono convenzionali ma credibili, colorati da alcune parolacce accettabili nel contesto (anche se sentirle in bocca alla Loren fa un certo effetto), con delle musiche ben scelte, tra cui la canzone “Io sì” scritta ed interpretata da Laura Pausini, recente vincitrice ai Golden Globe come miglior canzone, ma anche in corsa per gli Oscar che verranno assegnati il prossimo 25 aprile.

Cineforum da casa “Nel tempo del Covid” – SORRY WE MISSED YOU

“SORRY WE MISSED YOU” (UK-FRA-BEL – 100 min′) Regia di Ken Loach

Interpreti e personaggi:

Kris Hitchen (Ricky), Debbie Honeywood (Abbie), Rhys Stone (Seb), Katie Proctor (Liza Jane)

Trama

“Ricky e Abbie sono sposati da molti anni e hanno due figli, l’adolescente Seb e l’undicenne Liza Jane. Abbie, la madre, fa l’infermiera a domicilio per anziani e viene pagata in base ai pazienti che visita nella giornata lavorativa, spesso oltre le 12 ore. Ricky, il padre, ha perso più volte il lavoro per la crisi e si è reinventato come fattorino nel commercio on-line. Ma per fare questo tipo di lavoro si è dovuto procurare un furgone indebitandosi pericolosamente…” La famiglia è unita: Abbie gestisce la quotidianità dei figli anche via telefono e tutto sembra, nonostante la stanchezza ed i tempi professionali alienanti, scorrere via liscio; senza sbavature, senza eccessive difficoltà. Ma qualcosa si incrina. I tempi della vita insieme, e soprattutto del saper stare insieme, si riducono. Le pressioni sul lavoro aumentano per Ricky, che è costretto a lavorare senza il tempo dei bisogni primari, persino quattordici su ventiquattro ore, per sei giorni la settimana. Di conseguenza vanno aumentando le pressioni familiari. Il titolo dell’ultimo durissimo e bellissimo film del regista inglese indica la scritta posta sul cartoncino di mancata consegna (significa: “ci dispiace non averti trovato”, ma anche letteralmente: “ci sei mancato”). Un cartoncino che non vorrebbero mai dover firmare i fattorini, che corrono da una parte all’altra per recapitare tempestivamente pacchi ai clienti. Ma diventa anche una scritta programmatica. Sembra chiedere a ciascuno di noi: cosa ci stiamo davvero perdendo? Chi stiamo diventando? Chi vogliamo essere? L’esperienza delle vere difficoltà del sopravvivere, del lavoro totalizzante e spesso avvilente, diventano il cuore di questo film che racconta la provincia inglese, senza rischiare di incorrere nel pauperismo giudicante e la retorica dei consumi. L’autore scardina narrativamente il meccanismo della professione che punta sempre all’efficienza, ma che ne abbassa non solo la qualità della vita, ma anche la sua sostenibilità economica; conosce bene la realtà e questa ‘piaga’ che va disintegrando l’unità familiare e la stessa dimensione della casa. La speranza in una vita migliore sembra scomparire, non a causa dell’assenza genitoriale, ma di un problema ancora più grande che riguarda ognuno di noi nella società. Ma la lettura del finale assume innumerevoli sfumature ed apre e non chiude l’orizzonte definitivamente. La regia resta asciutta e la scrittura dura e realistica, fondendosi ed illuminando il nostro quotidiano, troppo spesso misurato solo attraverso la lente della perfezione e della rapidità.

“BAR GIUSEPPE” Cineforum / Cinema da casa: “Il cinema nel tempo del Covid-19”

(ITA – 95 min′) Regia di Giulio Base

Interpreti e personaggi:

Ivano Marescotti (Giuseppe), Virginia Diop (Bikira), Nicola Nocella (Nicola), Michele Morrone (Luigi), Vito Mancini (Baffo), Teodoso Barresi (U Viecchie),

Ira Fronten (madre di Bikira), Emmanuel Dabone (padre di Bikira)

Trama

“In una periferia rurale dell’Italia del Sud ai nostri giorni, il sessantenne Giuseppe, rimasto vedovo da poco, deve portare avanti il suo piccolo bar in una stazione di servizio senza l’aiuto dei figli. Non riuscendo più a far tutto da solo, cerca un aiuto. Tra i tanti candidati c’è la giovane africana Bikira dallo sguardo luminoso e pieno di umanità. Tra i due nasce un timido dialogo che si apre anche alla tenerezza…”

Dopo trent’anni di carriera, il regista Giulio Base continua a sorprende per la versatilità ed il desiderio di mettersi in gioco su più fronti, tra televisione e cinema, sia come interprete o come regista-sceneggiatore. Con il film “Bar Giuseppe” presentato alla 14a Festa del Cinema di Roma, si confronta con il tema dell’accoglienza e dell’integrazione attraverso una metafora dagli evidenti richiami religiosi. Sul sentiero già percorso anche da Pupi Avati con il suo film “Le nozze di Laura” (2015) sull’attualizzazione delle Nozze di Cana, qui il regista ci parla dunque della Famiglia di Nazareth, tra timori, pregiudizi e tenerezza, calato nell’Italia d’oggi, nelle periferie attraversate dall’assenza di lavoro e il difficile processo di integrazione culturale. “L’onda che mi ha sospinto – dice il regista – verso l’eterna scintilla della ‘novella’ di Giuseppe e della sua sposa è il loro essere dei ‘migranti’, degli esiliati, ieri come oggi, che devono sopportare le stesse condizioni, l’angoscia di non essere accolti, che cosa mangiare, dove abitare, quale lavoro poter trovare”. La piccola stazione di servizio dove si trova il bar di Giuseppe è senza dubbio un crocevia di umanità, ferita e dispersa, che comunque non rinuncia alla fiducia nel domani. Lì arriva come un’apparizione la ventenne Bikira, che conquista con la sua gentilezza la fiducia dei clienti e soprattutto vince le resistenze del cuore di Giuseppe, liberandolo dall’isolamento e dal dolore. Un amore, il loro, con una considerevole differenza d’età, che agli occhi della comunità appare inspiegabile, difficile da digerire, ma che i due vivono con grande delicatezza e rispetto. Una favola sociale che si muove sui sentieri del Vangelo. (disponibile su RaiPlay)

“PICCOLE DONNE”. Cineforum / Cinema da casa: “Il cinema nel tempo del Covid-19”

(USA – 134 min′) Regia di Greta Gerwig

Interpreti e personaggi:

Saoirse Ronan (Jo), Emma Watson (Meg), Florence Pugh (Emy), Eliza Scanlen (Beth), Laura Dern (Marmee March), Meryl Streep (Zia March), Timothé Chalamet (Laurie), Tracy Letts (Signor Dashwood), James Norton (John Brooke)

Trama

“Le quattro sorelle March: Meg, Jo, Beth ed Amy, hanno il loro padre (un semplice cappellano) che è partito per il fronte durante la Guerra di secessione americana, lasciando a casa da sole le figlie e la moglie. Le ragazze, con i loro pregi ed i loro difetti, pur essendo povere, impareranno a crescere diventando ragazze responsabili, pronte a difendersi da qualsiasi vicissitudine, ma sopratutto ognuna di loro sarà determinata ad inseguire i propri sogni…”

La storia di “Piccole donne” è un racconto di crescita in cui chiunque può immedesimarsi: la ribellione nei confronti della società circostante col desiderio di riuscire a realizzare le proprie ambizioni, unito alla paura di non farcela. Un libro classico della letteratura statunitense della scrittrice Louisa May Alcott, edito nel 1868 ma che continua a parlare ancora oggi, anche se è stato trasposto più volte tra il grande e piccolo schermo. Con coraggio la giovane regista Greta Gerwig ha deciso di affrontare (una volta di più) il famoso capolavoro letterario, dove ha saputo trovare la propria via, con originalità e senza dubbio stile. La narrazione non è lineare, bensì come un flusso di ricordi che all’inizio sembrano disordinati, e che può persino risultare asciutta e confusa, ma che in breve tempo trova colore, emozioni, poesia. Quello che incanta sono soprattutto le scenografie ed i costumi, ma più in generale, risulta molto raffinata tutta la messa in scena. Le musiche, inoltre cuciscono il racconto in maniera preziosa, regalando grande atmosfera. Film candidato a sei premi Oscar 2020, ha vinto quello per i migliori costumi e, oltre a numerosi altri, due nomination ai Golden Globe come la miglior colonna sonora e per l’attrice in un film drammatico a Saoirse Ronan. Da vedere!

Avremmo voluto/dovuto pubblicarlo prima…. ma tant’è!

NON RIAPRIREMO IL “SAN MARCO” ….PER IL MOMENTO!

Sala della Comunità: è l’espressione che abbiamo imparato a conoscere e con la
quale designiamo quello che tutti conoscono come Cine-Teatro San Marco.
La definizione sottolinea il significato più importante, da tener presente per
comprendere il senso che quell’ambiente ha per la parrocchia.
Sala indica chiaramente che si tratta di uno spazio fisico. Con i suoi 330 posti, il
palco, lo schermo, la dotazione strumentale, sono predisposti per accogliere le
persone che partecipano a degli eventi: proiezioni cinematografiche, spettacoli
teatrali, conferenze e dibattiti, spettacoli musicali.
Forse questo è l’aspetto che abbiamo più in mente quando pensiamo al “S. Marco”.
Poi c’è la parola Comunità, che qualifica e amplia il significato della prima: lo spazio,
le attrezzature, gli eventi, sono espressioni di una comunità a cui appartiene e alla
quale questo strumento serve per dialogare nella realtà in cui è inserita. Il cineteatro
ha una propria qualifica specifica, per essere l’espressione di una funzione
culturale e d’intrattenimento non solo della parrocchia, ma anche della più ampia
comunità cittadina. Solo mettendo insieme i due significati si può comprendere quale
è il senso e la finalità di questa realtà così particolare.
Questa premessa è utile per rileggere la situazione in cui si trova oggi la SdC della
nostra città di Cologno, già affaticata ulteriormente dalla tempesta del Covid-19.
Per il momento il Cine-teatro San Marco non potrà riaprire, non solo per le
restrizioni imposte per la tutela della salute, che renderebbero onerosa la riapertura,
dato ci sarebbe bisogno di apportare degli adeguamenti non immediatamente
perseguibili o realizzabili. Di fatto già la stagione 2019-2020 è stata bruscamente
dimezzata: abbiamo dovuto interrompere le proiezioni cinematografiche ed annullare
le conferenze e gli spettacoli teatrali, appesantendo con un ulteriore danno economico
l’intera parrocchia, mentre tutta una serie di costi fissi hanno avuto comunque corso.
Ma soprattutto per un impoverimento di tutte le occasioni d’incontro e di scambio
che gli eventi rappresentano.
Ci sembra importante ripartire proprio da qui. Nei prossimi mesi ci piacerebbe
provare a cogliere l’opportunità rappresentata dalla situazione, per riportare la nostra
Comunità al centro della riflessione sul senso dell’esistenza di un cinema-teatro
nella nostra parrocchia. Un invito per ripensare insieme quale progetto culturale
può trovare espressione nel cinema-teatro e quali risorse (umane e strumentali)
siano necessarie per realizzare tale progetto.
L’obiettivo forse ambizioso sarà di ri-costituire il gruppo dei volontari che siano più
partecipi, sia nella gestione dell’attività della Sala, sia nella programmazione della
stessa, conferendo nuova linfa ed entusiasmo in quell’ambito della comunicazione
culturale e sociale della nostra grande parrocchia. Appena sarà possibile vorremmo
poter fissare uno o più incontri a tale riguardo. Per cui, al momento, il nostro è solo un
arrivederci, speriamo molto presto!

Cineforum a casa – Parasite

Catturare l’attenzione è un’impresa sempre più ardua, spesso ci vuole uno sforzo straordinario. Stavolta con un’intuizione insolita, destinata a far parlare di sé e divenire virale nel giro di breve tempo. Ecco un film senz’altro drammatico, ma anche commedia umana tragi-comica, potremmo dire, perchè narra la vicenda di un giovane furbo e talentuoso, che grazie ad un amico riesce a trovare lavoro in una ricca famiglia della città. Non contento del passo fatto, escogita un piano diabolico per cercare di dare una svolta alla propria vita. Tra situazioni paradossali e colpi di scena, il film «Parasite» sorprende per la capacità di indagare la realtà odierna con rara maestria. In un’epoca in cui sembra regnare il capitalismo, pare che non ci siano molte alternative ad esso, se non affrontarlo di petto. Certo si può rimanere scottati e si può pagare pure con il sangue la propria determinazione. Si potrà anche, poi, perdere tutto, ma non la speranza o il sogno che rende, in fondo, tutti più umani. Un racconto che speriamo, come sottolinea il regista: “…Faccia venire agli spettatori la voglia di condividere un drink e parlare insieme di tutto quello che ci è passato per la testa mentre vedevamo questo film”. Per un pubblico senz’altro adulto.

“PARASITE” (COR 2019 – 132 min′) Regia di Bong Joon-ho

Personaggi ed Interpreti:

Kim Ki-taek (Song Kang-ho), Mr. Park Dong-ik (Lee Sun-kyun), Yeon-kyo (Jo Yeo-jeong), Ki-woo (Choi Woo-sik), Ki-jung (Park So-dam), Chung-sook (Hyae Jin Chang)

Trama

“La famiglia sud-coreana Kim è composta dal padre Ki-taek, la madre Chung-sook, il figlio Ki-woo e la figlia Ki-jung. Vivono solo con un sussidio per la disoccupazione in un piccolo e sudicio appartamento seminterrato. Sono molto uniti e cercano di racimolare del cibo come possono, impegnandosi tutti insieme in qualche lavoretto occasionale e rubando il segnale wi-fi dall’ignaro vicino di casa. Quando un amico propone al giovane Ki-woo un lavoro come insegnante privato d’inglese per la figlia dei ricchissimi signori Park, lui non si lascia sfuggire l’occasione ed accetta la proposta, immaginando un futuro migliore per sé e per la famiglia

Potremmo riassumere che questo film ha il coraggio di affrontare un argomento oggi fortemente trascurato: la ‘lotta di classe’. In effetti il tema sembra essere passato in secondo piano, e non per il venir meno dei motivi che lo sospingevano, ma perché la loro soluzione è ormai delegata ad una conflittualità tendente al compromesso. Se questo è però vero per l’Europa ed il mondo anglo-sassone, lo stesso non vale per l’estremo oriente, dove invece i conflitti sociali sono visti in modo assai più severo. Il cinema della Corea del Sud ha poi codificato negli anni una narrazione degli avvenimenti sociali tutta rivolta a descriverne esiti cattivi, malvagi e segnati da una violenza imprevedibile. Così anche questo film conferma la forte differenza tra il cinema a noi più vicino e quello invece così lontano, che porta in una dimensione storica, etica e morale che non guarda in faccia a nessuno, ma lavora su una violenza segno di uno smarrimento ideologico e valoriale profondo. Ad equilibrare la visione il regista mette in campo uno stile di grande maestria visionaria, con momenti onirici tra realtà e finzione. Oltre alla Palma d’oro al Festival di Cannes 2019 – dove venne presentato in anteprima – questo film ha avuto numerosissimi premi, tra cui quattro Oscar 2020 (miglior film, regia, sceneggiatura orig. e film non in lingua inglese), un Golden Globe con quattro candidature, due premi Bafta ed il premio italiano ai David di Donatello di quest’anno come miglior film straniero. Da non perdere!

Cineforum a casa – lady Bird

E’ la volta di un film forse un po’ duro e appuntito, dato che il copione taglia trasversalmente il ritratto di Christine, facendone a poco a poco il prototipo della ragazza americana di oggi, compressa tra la fine dell’adolescenza, e l’affacciarsi alla maggiore età in una innata voglia di ribellione. Dopo la scoperta che il padre ha perso il lavoro ed è aggredito dalla depressione, in Christine emerge la voglia di evasione, di frequentare un’università lontano da casa. È il momento in cui i giovani americani mettono in campo molti sogni, con l’intenzione di dare corpo a ipotesi e tentativi di costruirsi un futuro nuovo e differente. Un bel confronto, dove forse viene ratificata la profonda differenza con i giovani ‘europei’ (in senso lato) e quelli americani. Sono molteplici le fasi del racconto che confermano le profonde differenze tra due mondi ancora divisi da un oceano.

(USA 2018 – 93 min′) Regia di Greta Gerwig

Personaggi ed Interpreti:

Saoirse Ronan (Christine Lady Bird McPherson), Laurie Metcalf (Marion McPherson), Tracy Letts (Larry McPherson), Lucas Hedges (Danny O’Neill), Timothée Chalamet (Kyle Scheible), Beanie Feldstein (Suor Julie Steffans), Lois Smith (Suor Sarah Joan), Stephen McKinlkey Henderson (Padre Leviatch).

Trama

Christine alis “Lady Bird” è una diciassettenne esplosiva che vive a Sacramento, negli USA e frequenta l’ultimo anno del suo cattolicissimo liceo di provincia. Il suo desiderio di vivere avventure straordinarie si scontra con una ‘routine’ fatta di genitori affettuosi, ma poco comprensivi, ristrettezze economiche ed una buona dose di disavventure adolescenziali. Ogni cosa sembra cospirare contro la sua gioventù piena di speranze. Invece sarà proprio nell’ insopportabile quotidianità che “Lady Bird” scoprirà su di sé e sul proprio mondo qualcosa che proprio non si aspettava…” Nella sconfinata varietà di film americani che mettono al centro del racconto giovani o adolescenti, spesso ci sono titoli tutt’ altro che memorabili. Invece l’opera d’esordio della giovane regista e sceneggiatrice Greta Gerwig (finora brillante attrice, protagonista di film indipendenti newyorchesi) sembra essersi guadagnata a ragione tutte le candidature ed i premi che ha collezionato. Questo film attraversa intenzionalmente tutti i percorsi tipici della storia di formazione. Allora eccoci sulla soglia di una ribellione adolescenziale che avanza nella negazione delle proprie origini e delle regole ingabbianti della provincia; anche se il tutto è veicolato con una serie di situazioni divertentissime e altre incredibilmente serie, nelle quali tutti i dialoghi, le situazioni e le attitudini sono sempre credibili e reali. Ogni elemento è dunque al suo posto in questa parabola di formazione, che è molto più di un ‘teen movie’. Per questo la storia di “Lady Bird” appare così affettuosamente personale da far nascere nello spettatore di qualsiasi età un moto di simpatia nei confronti di tutte le vicende narrate. Da vedere!

Cineforum a casa – JoJo Rabbit

Dal regista di “Thor: Ragnarok”, il neozelandese Taika Waititi, arriva una commedia che riesce a mettere insieme i problemi dell’adolescenza con le ironie sul nazismo in un bel film ambientato in Germania durante gli anni della dittatura e in prossimità della Seconda Guerra Mondiale. Un mondo visto con gli occhi dei ragazzi ha sempre qualcosa di magico e colorato, anche quando è lacerato da guerre e violenze, perché i più giovani sanno sempre mascherare il volto più assurdo della vita, cogliendone spesso tutte le contraddizioni. Ed è proprio quello che accade al giovane protagonista di “Jojo Rabbit”, film premiato dal pubblico internazionale, da molti Festival e che da candidato a sei Premi Oscar (tra cui Miglior Film) ne ha vinto uno per la sceneggiatura non originale.


(NZ-USA 2019 – 108 min′)
Regia di Taika Waititi
 
Personaggi ed Interpreti:
Roman Griffin Davis (Jojo Rabbit), Scarlett Johansson (Rosie), Thomasin McKenzie (Elsa), Taika Waititi (Hitler), Sam Rockwell (Capitano Klenzendorf)
 
Trama
 “JoJo Betzler è un giovane hitleriano: un bambino nato e cresciuto durante la II guerra mondiale. Non ha conosciuto altro nella sua vita. È accudito dalla madre, sola, in una Germania in preda alla follia nazista. Viene chiamato Rabbit (coniglio) per via della sua incapacità di far del male. Frequenta dei campi di addestramento per la gioventù e intrattenendo lunghe discussioni con il suo miglior amico immaginario: Adolf Hitler! La scoperta di una giovane ebrea, nascosta in soffitta dalla madre, metterà in crisi il fanatismo cieco di JoJo…”
 
Sì può ridere del male? Sì, anzi, si deve! È quel che dice il regista neozelandese Taika Waititi nelle prime scene. Il film è infatti una “satira anti-odio” che prende dei riti dell’immaginario nazista per distorcerli, renderli ridicoli e, in questo modo, neutralizzarli. Una trama convenzionale, per un film in realtà poetico, leggero, ma profondissimo. Se “La vita è bella” raccontava la Shoah dalla prospettiva di un padre, questo film, invece filtra l’orrore della guerra attraverso gli occhi di un bambino. Da qui deriva il tono frizzante e coloratissimo, in contrasto con i fatti raccontati. Il mondo, secondo JoJo, è diviso in due: ci sono eroi che uccidono (i Nazisti) e ‘mostri’ che scappano e si nascondono (gli Ebrei). Per fortuna l’incontro con la ragazza della soffitta – il diverso che fa tanta paura – sconvolge la sua prospettiva. Attraverso il confronto e l’amicizia, cambia la sua visione: i colori diventano pastello alla fine del racconto. Entrano le sfumature, entra il grigio della guerra. L’opera ha fatto molto parlare di sé scioccando il pubblico statunitense per la rappresentazione anti-eroica delle sue truppe, e per il coraggio con cui afferma che la guerra non ha mai vincitori, ma solo vinti. Il Vangelo ci invita a ritornare come bambini per entrare nel Regno dei Cieli. “JoJo Rabbit” ci chiede di restare piccoli e vedere ad altezza piedi (dettagli importantissimi nella storia), perché solo così si può continuare ad amare e ballare, liberi, sulle macerie del mondo. Per ricostruire e per non dimenticare.

Cineforum a casa – Bangla

Ciao a tutti,

un’altra scheda per gli amici più fidati del nostro cineclub. Stavolta con una fresca commedia italiana dal titolo “BANGLA” di un giovanissimo regista/interprete italianissimo seppur di origini bengalesi.

Buona visione.

bangla“BANGLA” (ITA 2019 – 86 min′)
Regia di Phaim Bhuiyan

Personaggi ed Interpreti:
Phaim Bhuiyan (Phaim), Carlotta Antonelli (Asia), Alessia Giuliani (Carla), Milena
Mancini (Marzia), Simone Liberati (Matteo), Pietro Sermonti (Olmo), Davide
Ornaro (Fede), Sahila Mohiuddin (Navila), Nasima Akhter (Nasima)
Trama
“Phaim è un giovane musulmano di origini bengalesi, ma nato in Italia 22 anni fa.
Infatti vive con la sua famiglia a Torpignattara, quartiere multietnico di Roma,
lavora come steward in un museo e suona in un gruppo. È proprio in occasione di
un concerto che incontra Asia, suo esatto opposto: istinto puro e nessuna regola.
Tra i due l'attrazione scatta immediata e Phaim dovrà capire come conciliare il suo
amore per la ragazza con la più inviolabile delle regole dell'Islam: la castità prima
del matrimonio…”
Phaim Bhuyian, al suo esordio nel lungometraggio dietro e davanti alla macchina
da presa nonché come co-sceneggiatore, ci offre un'opera prima divertente ed
interessante al contempo. Invece di premere sull'acceleratore del dramma relativo
all'integrazione delle 'seconde generazioni' di immigrati (nati e cresciuti in Italia) si
cimenta in un film dai tratti autobiografici. Come molti suoi coetanei maschi, non
ha un rapporto semplice con l'altro sesso, che se da un lato l'attrae, dall'altro lo
intimorisce. Se poi si aggiungono le ‘regole coraniche’ la situazione ovviamente si
complica. Commedia leggera, fresca, variopinta, “Bangla” ha tutto il sapore di un
film senza alti obiettivi: la voice over di Bhuiyan presente in quasi tutta la storia,
accelera l’empatia con lo spettatore, ci spiega quello che il protagonista pensa e
vive. Non affronta certo tematiche inedite: si confronta con la complessità e la
leggerezza dei giovani di oggi e dei rapporti interpersonali tra concezioni di vita
culturalmente molto distanti.